Trieste torna all'Italia

Accadde il 1954 e sono passati 64 anni, alla fine di una complicata e lunga diplomatica contesa che ha avuto inizio alla fine della Seconda guerra mondiale, che pochi oggi rammentano.

Era il martedì mattina del 26 ottobre 1954, i soldati italiani, per la prima volta dopo 10 anni, entravano nella città di Trieste. Quella mattina la cittadina smetteva di essere un territorio della internazionale comunità e tornava ad essere una città italiana. Era la fine di contenzioso diplomatico molto complicato iniziato alla fine del secondo scontro bellico mondiale e oggi quasi nel dimenticatoio, che aveva diviso la Jugoslavia, allora di Tito e l'Italia a che alla fine avrebbe portato circa 200mila italiani a vivere in territorio estero.

L'orientale questione

Nel 1945 (primavera) il conflitto bellico stava per terminare militarmente, ma tuttavia rimanevano ancora da definire delle questioni importanti. Naturalmente, fra queste, era quelli dei confini al termine della Seconda Guerra Mondiale. Considerata uno dei stati aggressori l'Italia, avrebbe dovuto rinunciare a delle zone di territori. Fra quelle su cui non c'era molto da discutere e le più ovvie, erano le colonie: Somalia, Eritrea, Isole del Dodecaneso e Libia. Non mancavano le speranze di non perdere il mandato sulla Libia, dove erano residenti ben 150.000 italiani.

In quei mesi, meno realisticamente, si parlava anche della voglia della Francia di annettere la Valle d'Aosta, oltre da parte dell'Austria di annettere l'Alto Adige, Ma la più spinosa questione era quella dei territori al confine orientale fra Croazia e Slovenia (come sono oggi) e ovviamente l'Italia: in quelle zone c'erano delle cittadine con maggiore presenza di persone italiane, per esempio la città di Trieste, mentre nei territori vicini della Dalmazia e dell'Istria c'erano città e borghi con comunità italiche già nel periodo della Repubblica di Venezia.

Già dalla Prima Guerra mondiale, l'Istria era diventata una parte dell'Italia, nel 1924 anche la città di Fiume (cittadina diventata nota per l'impresa grottesca di D'annunzio). Nell'intervallo dei due conflitti bellici, tutti quei territori, furono durante amministrati e gli slavi furono repressi osteggiati in tutti i modi dal fascista governo e dalle locali squadracce. La lingua italiana era di fatto vietata in molti luoghi, i politici e attivisti slavi spesso subivano punitivi raid.

La forzata politica di italianizzazione divenne molto più crudele durante il periodo di guerra, infatti le fucilazioni e le deportazioni in Germani sostituirono i pestaggi. Questa dure prove di forza non riuscirono a cambiare in modo radicale la realtà di quei territori, dove gli abitanti di lingua slava si fusero con quelli di lingua italiana. In diverse città sulla costa, come Pola, Fiume e Zara, c'era una evidente maggioranza italiana, al contrario nei sobborghi e nei territori interni, dove la maggioranza parlava slavo.

Le trattative

Con la resa dei tedeschi e dell'Italia, all'orientale confine avvenne una specie di gara. Le alleate truppe anglo-americane, che mano mano risalivano il territorio italiano, sfociarono nella pianura padana, cercando di raggiungere il possibile velocemente la frontiera con la Jugoslavia, mentre dall'altra parte del confine le truppe di Tito cercarono allo stesso modo di procedere molto velocemente, è anche vero che nessuno ammetteva che il punto d'incontro dei due eserciti avrebbe segnato il nuovo confine. In sostanza, la gara fu vinta da Tito, occupando la città di Fiume, gran parte dell'Istria e Pola. Circa 11mila italiani, in quei mesi, vennero uccisi in una serie di processi di 'defascistizzazione' e ritorsioni: molti caduti vennero sepolti nelle fosse carsiche denominate 'foibe'.

I soldati slavi riuscirono a giungere fino a Trieste, dove però trovarono il generale Bernard Freyberg e le suoi soldati neozelandesi. Le truppe di Tito, lasciarono la città di Trieste il 19 giugno e la complicata situazione di stabilizzò. In pratica: le alleate truppe erano riuscite a conquistare una zona poco più ampia dell'attuale confine fra Jugoslavia e Italia. Correndo molto velocemente, i soldati di Tito erano riusciti a conquistare gran parte del territorio che allora era considerato dell'Italia (1924). La questione quindi diviene una competenza diplomatica.

L'Italia, il 3 settembre del 1943, aveva firmato un armistizio, ovvero un documento preliminare di resa, per poi essere pubblicamente annunciato l'8 settembre. Per una conclusione definitiva della guerra, era necessario la firma di un trattato di complessiva pace, che riguardasse anche gli altri paesi coinvolti. I capi di Governo e i ministri degli Esteri degli stati coinvolti s'incontrarono nel periodo fra il '45 e '46, in una serie di conferenze mirate.

I Funzionari dei loro ministeri (o anche i ministri Esteri) delle principali potenze vincitrici - Regno Unito, Francia, Unione Sovietica e Stati Uniti - preparavano, su ogni questione aperta dei specifici documenti. Ognuno, ovviamente, perorava i propri interessi e causa, si raggiungeva un accordo e solo in quel momento la questione veniva chiusa. La questione fra l'Italia e al Jugoslavia era fra le problematiche più complicate. Il problema non era solo per divisioni etniche complicate e quindi lingue da rispettare, ma anche perché la Jugoslavia e l'Italia erano ai due lati della divisione fra blocco comunista e mondo occidentale.

Bisognava, in sostanza, determinare dove sarebbe passata zona di confine fra i due Stati. Gli americani erano più per l'Italia, che proposero un confine che lasciava all'Italia gran parte dell'Istria. Ovviamente, a favore della Jugoslavia c'era l'Unione Sovietica, che propose una linea di confine che lasciava parte di Gorizia e la città di Trieste alla Jugoslavia. La via di mezzo la propose la Francia, molto vicina dal confine attuale, che tuttavia sembrava la più realistica opzione.

Non per il motivo che questa opzione rispettava le linguistiche divisioni, ma perché effettivamente seguiva il confine occupato, nei mesi precedenti dagli eserciti. Furono dei momenti molto problematici e difficili per l'Italia che, in quel periodo doveva anche affrontare la gestione di una transizione da monarchia a repubblica, oltre a un'economia in gravissime condizioni. Nello stesso periodo furono inviate, per studiare al difficile sul confine orientali, delle commissioni speciali; oltre che attivarsi delle manifestazioni organizzate più o meno propagandistiche, con lo scopo di dimostrare che gli abitanti della zona erano da una parte sola.

La questione fra l'Italia e la Jugoslavia, alla fine del 1946, era considerata da molti un peso, che bloccava le soluzioni di altre questioni, come per esempio la questione di Vienna, della Germania divisa e di quella di Berlino, Fu presa la decisione che il confine sarebbe stato della linea francese, che quindi, in pratica assegnava la Jugoslavia diversi borghi e città a maggioranza di persone italiane, in pratica la totalità dell'Istria.

Ben 100mila italiani finirono in territorio Jugoslavo e solo poche decine di migliaia di persone slave finirono nei confini italiani. Non solo: Jugoslavia e Russia si erano opposte a queste decisioni e per un assenso al piano di pace fu necessaria una spericolata invenzione. La città di Trieste e zone limitrofe sarebbero divenute un Libero Territorio, amministrato da una internazionale comunità.

Gli alleati stessi avevano deciso che l'assoluta maggioranza degli abitanti della zona in questione era di lingua italiana, in questo modo molti ritennero che questa particolare 'invenzione' del Territorio Libero fosse un escamotage per ritardare il ritorno della zona all'Italia.

Questa teoria, però, si dimostrò ben presto un conflitto con la situazione sul campo. Oltre il 50% della zona del futuro Territorio Libero, in pratica, faceva parte di zone che i soldati slavi avevano conquistato nel 1945 e lo ro capo (Tito) aveva fatto intendere ai suoi soldati, che non sarebbero andati via se non con la forza. Cosi venne presa la decisione di dividere questo territorio in due specifiche aree.

Zona A di Trieste, con circa 300mila persone (italiani in gran parte), con gli alleati ad amministrare. La Zona B, 60mila abitanti, sempre con maggioranza italiana, ma con amministrazione Jugoslava. Il trattato di Parigi ha legalmente sanzionato la situazione, per i sette successivi anni e iniziò uno stallo lungo (10 febbraio 1947).

Gli alleati, di fatto, avevano l'idea di abbandonare, quanto prima, la Zona A. Non solo il tutto costava molto, per mantenere le forze militari e per un controllo del territorio, ma l'occupazione aveva esasperato anche gli animi e non mancarono degli incidenti, addirittura feriti e morti, con scontri di italiani nazionalisti. Però, di fatto, l'Italia non velocizzò mai il passaggio si fra l'amministrazione internazionale e l'italiano governo (fino che al governo ci fu De Gasperi).

La paura maggiore era che non appena fosse ceduta la Zona A da parte degli alleati, il governo Slavo si sarebbe annesso, anche in modo formale, la Zona B, che di fatto già controllavano, insieme ai 50.000 italiani residenti Il governo italiano, per anni cercò di trovare una soluzione che la Zona B venisse carpita ala governo di Tito. La situazione di fatto venne accettata nel 1954 (5 ottobre), con al governo Scelba, venne messa la firma sul Memorandum di Londra. Trieste torna all'Italia il 26 ottobre 1954.