Quando i "girini" arrivarono a Trieste

1946: gli slavocomunisti cercano di bloccare con la violenza la carovana del Giro diretta a Trieste: un gruppo di 15 corridori forza il blocco. Tra due ali di folla e lo sventolio del tricolore il triestino Cottur conduce il giro d'onore sino all'arrivo.

…Di tutto questo dà insospettabile prova lo scrittore Giovanna Padoan, il partigiano Vanni di fede comunista, nella più volte citata opera "Un'epopea partigiana alla frontiera tra due mondi". Egli ci offre sull'episodio dei Giro d'Italia una testimonianza che vale la pena di riportare.
"Il 30 giugno al momento dell'arrivo dei giro ciclistico d'Italia al ponte di Pieris, su consiglio dei dirigente sloveno Franc Stoka, i comunisti di quella sezione bloccarono il giro che si doveva portare a Trieste. Franc Stoka, allora uno dei massimi dirigenti dei Pcrg a Trieste, si recò a Monfalcone a chiedere ai comunisti di quella sezione che impedissero il passaggio dei Giro d'Italia. Questi comprendendo l'enormità della richiesta, si rifiutarono recisamente di attuare una azione cosi dissennata. Non rinunciando al suo progetto, lo Stoka si recò a Pieris e qui, purtroppo, i comunisti locali aderirono all'invito che venne messo in atto e che, come è noto provocò stupore e reazione anche in ambienti non nazionalisti che, in un clima già arroventato e scosso dai conflitti sociali e scontri di piazza quasi quotidiani (non si dimentichi che siamo nel giugno?luglio 1946), sfociò nelle violenze squadriste a Trieste e in uno sciopero ben noto di carattere antislavo e anticomunista e questa volta con il consenso di molta gente che prima era rimasta neutrale".


In definitiva, il primo Giro d'Italia dei dopoguerra, terminò a Pieris. I corridori non vollero più procedere, perché mancavano le condizioni di sicurezza. Lo sport più popolare d'Italia, che sapeva infiammare gli italiani e metterli al di sopra delle parti, era stato tradito dall'atto insano degli slavotitini. Le cronache del tempo ci riferiscono che lo stesso Bartali, sollecitato ad intervenire presso gli altri corridori perché si proseguisse alla volta di Trieste, si uniformò alla volontà dei più. Fu così che il grosso della carovana si mosse alla volta di Udine. Solo una quindicina di corridori decise di non arrendersi e di proseguire sino al traguardo di Montebello. Tra questi vi era anche il nostro Cottur. I quindici "girini" furono fatti salire su alcune automobili della carovana e dirottati lungo una strada diversa da quella prevista. Ma anche questa era stata cosparsa di chiodi dall'odio sciocco e brutale dei malintenzionati, sicchè la carovana dovette procedere con molta lentezza. Essa potè proseguire grazie ai molti sportivi locali che fecero il possibile per rimuovere chiodi, filo spinato, vetri ed altri ostacoli. Al bivio di Miramare questi corridori rimontarono in sella e i numerosi bagnanti lungo la scogliera li accolsero facendo siepe attorno a loro, applaudendoli vivacemente. A Barcola già sventolavano le prime bandiere tricolori. Il centro cittadino, dopo aver appreso la notizia dell'inaudito gesto, aveva reagito riversandosi per le vie e imbandierando le finestre. Circa alle 15 iniziarono a sopraggiungere le prime macchine al seguito della sparuta pattuglia dei superstiti. Nonostante l'ora meridiana e la calura estiva, ali di folla si strinsero intorno a loro. Ovunque la folla inneggiava l'Italia.


Giunti all'ippodromo, i corridori vollero che fosse proprio il triestino Cottur, davanti a migliaia di spettatori, a compiere il giro d'onore. Il risultato sportivo non contava più nulla, ma ancora una volta fu importante l'attaccamento dei triestini all'Italia. Tutti i giornali nazionali, all'epoca dei fatti, riportando la notizia rilevarono che la misura era colma. Il significato politico e morale, di quel avvenimento può essere riassunto nella dichiarazione semplice e spontanea rilasciata dal corridore torinese Giacometti, del Fronte della Gioventù (all'epoca dei fatti questa era la denominazione dell'organizzazione giovanile dei Partito comunista italiano). Questi, mostrando ai giornalisti un pezzetto di ferro a più punte, da reticolato, uno dei tanti cosparsi lungo la strada , disse: "Lo porto a casa per far vedere agli amici di che sono capaci gli slavocomunisti"

Testo tratto da "Trieste:l'altra faccia della storia. 1943-1953"
di Alfio Morelli

 

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