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Il Tricolore sventola a
S.Giusto - Trieste torna a essere Italia di Arrigo Petacco "Trst jè nas",
Trieste è nostra, gridavano i partigiani di Tito entrando trionfanti
nella città italiana il 1° maggio del 1945. Sui fronti europei stavano
cessando i combattimenti di una guerra durata quasi sei anni, ma per
Trieste e per la Venezia Giulia il peggio stava per cominciare. Adottando
il motto staliniano "l'occupazione rappresenta i nove decimi del
diritto", il maresciallo Tito aveva lanciato tutte le sue forze verso
la città italiana trascurando persino di liberare prima le città
jugoslave di Lubiana e di Zagabria. Ed ora credeva di avere finalmente
raggiunto il suo scopo. "Tutti i popoli jugoslavi - annunciò infatti
quella stessa sera - salutano unanimemente la liberazione della nostra
Trieste ju-goslava...". Da quel momento, Trieste diventò una sorta di "Berlino dell'Adriatico", ossia una città in bilico fra due mondi, quello occidentale e quello comunista, affidata ad un Governo Militare Alleato il quale aveva suddiviso il T.L.T. (Territorio libero di Trieste) in due zone. La "zona A", a ovest del capoluogo, affidata all'amministrazione italiana e la "zona B", a est,affidata a quella jugoslava. Questa situazione, definita "provvisoria", durò invece molto a lungo. Mentre dai territoti occupati dalla Jugoslavia aveva inizio l'esodo di migliala di italiani costretti ad abbandonare la propria terra e le proprie case sospinti dalle azioni terroristiche compiute dai miliziani di Tito (ne fuggirono 350mila, mentre altri dieci-quindicimila perirono nelle foibe). Roma stava praticamente a guardare... Tanto è vero che in quei giorni Harold MacMillan, rappresentante del Governo Militare Alleato rimproverò con queste parole i nostri governanti: "La colpa è tutta vostra. Siete voi che non volete salvare la Venezia Giulia". In effetti, la questione di Trieste era per noi un argomento molto scabroso (De Gasperi lo definiva "un tormento"). I motivi erano diversi e persino contradditori. Anche se l'opinione pubblica era schierata con i fratelli giuliani, i grandi partiti riluttavano a prendere posizione in proposito. D'altra parte, in quegli anni, quando era ancora fresco il ricordo dell'ubriacatura patriottica impostaci dal regime, chi osava reclamare la difesa dei confini nazionali era scambiato per un fascista e "rigurgiti fascisti" venivano infatti definiti dall'Unità le manifestazioni tricolori dei triestini che anelavano di ricongiungersi alla patria... o meglio, al "paese", in quanto anche la parola "patria" era stata sostituita da questo sinonimo meno impegnativo. Frattanto, col passare degli
anni, i rapporti fra Roma e Belgrado diventavano sempre più difficili
finché, nel settembre del 1953, Tito aggravò la situazione organizzando
una grande manifestazione popolare, a meno di sei chilometri dal confine
in località Oktoglica (ex San Basso), nel corso della quale, davanti a
250 mila persone fatte confluire dalle regioni vicine, pronunciò un
discorso minaccioso, provocatorio ed anche sprezzante nei confronti degli
italiani. Le sue parole provocarono una forte emozione nel paese e anche a
Roma dove, nel frattempo. De Gasperi era stato sostituito alla guida del
governo da Giuseppe Pella, un tranquillo commercialista biellese che gli
eventi trasformeranno in un combattivo capopolo. Alcuni giorni dopo la firma del Memorandum, il 26 ottobre del 1954, mentre i genieri britannici segnavano con una lunga linea gialla il nuovo confine italo-jugoslavo, i nostri bersaglieri entravano nella città contesa fra uno sventolio di tricolori ed il tripudio di una folla immensa e commossa. Trieste tornava per la seconda volta all'Italia. Non tornavano purtroppo i borghi e le città italiane dell'Istria e della Dalmazia che centinaia di migliaia di italiani avevano spopolato con un esodo biblico.
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2004